RAKOVSKI 2005
Il cantiere della solidarietà si è svolto dal 30 luglio al 13 agosto nella parrocchia “San Michele Arcangelo ” di Sekirovo, Rakovski, nel sud della Bulgaria. Don Bortolo Uberti racconta come i ragazzi che ha accompagnato abbiano vissuto l’esperienza, tutta centrata sulla condivisione e la collaborazione con i giovani bulgari.
IL SEGNO E IL SOGNO DI UN’ESTATE CHE…
“In bilico tra tutti i miei vorrei”, dice la canzone dei Negramaro che ci ha accompagnato in questa estate non proprio calda, “sorretto da un’insensata voglia di equilibrio, resto qui sul filo di un rasoio”. Per alcuni giovani la vacanza non è solo spiaggia e discoteca. Qualcuno sceglie la trasgressione e altri l’alternativa. Non per il gusto di essere diversi ma perché convinti che è più bello, più arricchente, più vero. Per non restare sul filo del rasoio. È stato così per i 12 giovani dell’Unità Pastorale di Lissone, accompagnati da don Bortolo, nel Cantiere della Solidarietà promosso dalla Caritas Ambrosiana a Rakovski, in Bulgaria. Quindici giorni di lavoro, di animazione, di preghiera, di amicizia, di divertimento.
Di Bulgaria, in Italia, non si parla molto: forse perché là non abbiamo grandi interessi economici, i cattolici sono una minoranza (meno dell’1%), non c’è petrolio né straordinarie attrazioni turistiche. Un paese che tuttavia, dopo il crollo del regime comunista, sta affrontando una grave crisi economica (lo stipendio medio di un operaio si aggira attorno ai 90 euro mensili), sta costruendo una democrazia reale, sta ritrovando la fede e la pratica cristiana.
E che ci facevano 13 lissonesi lì? Ospitati
nella parrocchia cattolica di S. Michele, insieme al parroco don Yovko e ai
suoi giovani, si sono improvvisati aiuto muratori cimentandosi con secchi di
sabbia e cemento, travi e tegole per sistemare la casa parrocchiale, poi
imbianchini, su trabattelli e scale non proprio conformi alla 626, per
verniciare la rete del campo sportivo dell’oratorio. Un’altra parte della
giornata poi era dedicata all’animazione dei bambini, come in un oratorio
feriale. Non sono mancate le sfide Italia – Bulgaria a calcio e a pallavolo
(vi risparmiamo i risultati) e le feste con le tradizionali danze bulgare.
Con le infermiere della Caritas locale, a turno, si visitavano i malati
nelle loro case, sempre accolti con grande calore.
Giorni intensi, in cui non sono mancati la preghiera comune e l’incontro fraterno con la chiesa ortodossa e il vescovo cattolico. Giorni lunghi, che terminavano tardi sui gradini del sagrato, tra i canti, le chiacchiere e la caccia alle stelle cadenti.
Quindici giorni però sono pochi e le diversità molte, eppure questi ostacoli non hanno impedito di costruire un’amicizia intensa e un legame profondo. L’entusiasmo ci ha fatto imparare le parole fondamentali del bulgaro che, tra l’altro, a noi risultava illeggibile perché scritto in caratteri cirillici. Così si sentivano brianzoli che pronunciavano in bulgaro “secchio, tegola, acqua, attento, adagio…” nel tempo del lavoro e parole come “palla, cerchio, fila, braccialetto, colori, danza…” in quello del gioco. È vero anche che qualcuna ha imparato il termine “spettegolare” mentre don Bortolo cercava di pronunciare qualche espressione della messa.
È stata un’esperienza forte, perchè un giovane oggi ha bisogno di questo nel suo diventare adulto, ma soprattutto un’esperienza vera e questo oggi è più difficile da trovare. Ci si è misurati con la diversità (di lingua, di storia, di cultura) per scoprire che non è una barriera insuperabile, che non genera solo scontri o cose meticcie, ma che apre la strada ad un arricchimento reciproco e diventa una risorsa preziosa. Ci si è confrontati con la povertà, di fronte alla quale non si possono chiudere le orecchie ma bisogna aprire il cuore nella condivisione, allungare il passo nel cammino comune e rimboccarsi le maniche. Si è aperto gli occhi su un altro volto della stessa Europa nella quale viviamo insieme e si è toccato con mano che la Chiesa va oltre i confini dei nostri oratori.
Nei nostri occhi, dopo le lacrime degli addii, porteremo il riflesso degli occhi dei bimbi e dei giovani che abbiamo incontrato, nei nostri pensieri la consapevolezza che la stessa fede in Gesù è un’arma potente contro tutte le divisioni e le distanze, capace di costruire il dialogo e la pace, nel nostro cuore il profumo delle spezie e delle rose bulgare, più bello dell’odore di qualsiasi povertà. In fondo, i colori della bandiera bulgara sono gli stessi di quella italiana, disposti solo diversamente. “È il segno di un’estate che vorrei potesse non finire mai”.